martedì 24 luglio 2007

La Sicilia

Ieri ho vissuto una stranissima esperienza del tutto inaspettatamente: registrata qualche sera fa la fiction “Paolo Borsellino”, me la guardo tutta d'un fiato. Bella, anzi, bellissima. Non mi piacciono le fiction, non le seguo e le reputo prodotti mediocri rispetto a quanto ottenuto dallo sforzo dei registi hollywoodiani. Paolo Borsellino è recitata bene, è sceneggiata anche meglio (grazie anche a Giancarlo De Cataldo, autore di “Romanzo criminale”). È commovente e appassionante, contiene giuste dosi di ritmo incalzante e di profonda introspezione. Rallenta forse un poco sul finale, ma non tradisce e anzi conclude con vera poesia, dando il giusto significato al termine retorica.

La stranezza dell'esperienza non sta nella rara bellezza della fiction prodotta dalla Taodue, ma nel fatto che alla visione della stessa è seguita la visione di “In un altro Paese” di Marco Turco. Argomento: la mafia e la storia degli ultimi venticinque anni italiani raccontati da Alexander Stille, giornalista statunitense, già autore del libro “Cadaveri eccellenti”. Alla finzione televisivo-cinematografica sommo quindi un docu-film del 2005.

Quest'ultima esperienza si rivela però insidiosa: mi trovo davanti un fastidioso esercizio di livore e faziosità, già altrove esercitato dalla sinistra “culturale” e qui riproposto senza particolare ritegno o avvertenza per il telespettatore – canonepubblicopagante obviously – ignaro. La tesi è che Falcone e Borsellino furono eroi messi in croce dalla mafia guidata dal potere anticomunista, sia che fosse l'alleato americano, il governo democristiano, quello socialista, infine berlusconiano. Il comunismo fu ed è il vero martire della lotta alla Mafia. Con i comunisti al governo avremmo avuto l'onestà in Sicilia, forse l'Onestà impersonificata.

Mi ritrovo invischiato nella tipica operazione ideologica i cui attori sono presto smascherati: Stille collabora, to' guarda, con Repubblica, la fotografa palermitana intervistata fu membro della giunta di Leoluca Orlando, il terribile Giuseppe Di Lello Finuoli è senatore di Rifondazione Comuista nell'attuale XV Legislatura. Sono certo che le persone coinvolte in questa operazione culturale abbiano avuto un ruolo importante nella lotta contro la criminialità organizzata mafiosa, ma la partecipazione al giacobinismo ideologico e a tesi ne scalfisce almeno in parte la credibilità.

Questa una frase mozzafiato del senatore rinfondarolo.
Nella realtà italiana il governo ciclicamente si è risvegliato contro la mafia, quando non c'era niente da fare [sic], quando non poteva non fare niente. Anche Andreotti ha fatto leggi antimafia, proprio perché non poteva non fare altro. Ma la battaglia politica che questi signori hanno fatto contro la primavera siciliana (?), contro la possibilità politica di combattere la mafia […] a livello di amministrazioni locali, amministrazioni regionali, provinciali; di combattere la mafia sul piano degli appalti, delle istituzioni è stata una battaglia politica molto molto dura. Loro erano i nostri nemici: Martelli… Craxi… Andreotti erano i nemici di quella parte della Sicilia politica che voleva combattere la Mafia.
Ogni mio commento è superfluo. Se ne volete appuntare qualcuno voi…

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