
La mia vita è fatta in gran parte di ritardi, di momenti sbagliati, di errori gravi o meno gravi. Tra le piccole mancanze cui ho recentemente rimediato c'è la mancata visione di un film davvero divertente grazie alla sua semplice formula, diventato famosissimo dieci anni fa: The Full Monty. A distanza di così tanto tempo merita una recensione: umorismo inglese senza l'ebete sorriso di Hugh Grant, disoccupazione post-industriale senza la tragica pallosità faziosa di Ken Loach, colonna sonora azzeccatissima, quando finisce ti vien da dire “Così presto?”. Ammirabile l'assenza di sequel, sperando che duri la cosa e che non ci si ritrovi a sorbire – che so io? – “Full Monty, vent'anni dopo”. Personalmente considero la scena gioello quando parte “Hot Stuff” di Donna Summer alla radio mentre sono in coda per il sussidio di disoccupazione. Esilarante. Il film mi conquista anche per alcuni richiami (al limite della copiatura) a The Commitments di Alan Parker: la scena della videocassetta, la musica nera, la fila allo sportello disoccupati. Forse Sheffield e Dublino non sono poi così diverse.
Altro recupero è “The Blair Witch Project”. Tolta la curiosità, e capiti cosa sono i Marshmallow, credo non darò ancora molte chance a produzioni simili. Lette pessime recensioni sul secondo episodio, lo ignorerò senza rimorsi per il resto della mia esistenza. Unica annotazione: prodotto nel 1999 quando Internet era ancora lento, risulta una curiosa anticipazione della seconda generazione del web, quella della larga banda e dello sharing di filmati amatoriali. Fosse uscito nel 2006, non avrebbe goduto dell'aura di mistero e leggenda che all'epoca fece da contorno al film. A mio modesto avviso, si intende.
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